lunedì 9 maggio 2011

Iniziativa salario minimo 4'000 fr

Concretamente cosa propone l'iniziativa

In primo luogo si tratta di inserire nella Costituzione elvetica il principio di un salario dignitoso che garantisca una vita decente e rafforzi la posizione dei lavoratori nei confronti dei padroni. Per fare questo l'USS propone una modifica della Costituzione come segue :

I. La Costituzione federale è modificata come segue:

Art. 110A Protezione dei salari (nuovo)
  1. La Confederazione e i Cantoni adottano misure intese a proteggere i salari sul mercato del lavoro.
  2. A tal fine promuovono in particolare la determinazione nei contratti collettivi di lavoro di salari minimi usuali per il luogo, la professione e il ramo, nonché la loro osservanza.
  3. La Confederazione stabilisce un salario minimo legale. Quest'ultimo vale per tutti i lavoratori come limite inferiore vincolante del salario Per rapporti di lavoro particolari, la Confederazione può emanare normative derogatorie.
  4. Il salario minimo legale è adeguato periodicamente all'evoluzione dei salari e dei prezzi, ma almeno nella misura dell'indice delle rendite dell'assicurazione vecchiaia e superstiti
  5. Le normative derogatorie e gli adeguamenti del salario minimo legale all'evoluzione dei salari e dei prezzi sono emanati con la collaborazione delle parti sociali.
  6. I Cantoni possono stabilire supplementi vincolanti al salario minimo legale.

II. Le disposizioni transitorie della Costituzione federale sono modificate come segue:

Art. 197 n.8 (nuovo)
8. Disposizione transitoria dell'art.110a (Protezione dei salari)
  1. Il salario minimo legale ammonta a 22 franchi all'ora. All'entrata in vigore dell'articolo 110a sarà aggiunta l'evoluzione dei salari e dei prezzi di cui all'articolo 110a capoverso 4 intervenuta dall'anno 2011.
  2. I cantoni designano l'autorità competente per l'esecuzione del salario minimo legale.
  3. Il Consiglio federale pone in vigore l'articolo 110a al più tardi tre anni dopo la sua accettazione da parte del Popolo e dei Cantoni.
  4. Se entro tale termine non sarà posta in vigore una legge d'esecuzione, il Consiglio federale emana mediante ordinanza, con la collaborazione delle parti sociali, le necessario disposizioni esecutive.

Riassumendo si tratta di introdurre l'obbligo costituzionale di un minimo salariale che non potrà essere in nessun caso riveduto al ribasso (eccetto situazioni particolari non meglio precisate). Questo punto, nel caso fosse effettivamente approvato, consisterebbe in una delle più grandi conquiste per i lavoratori e le lavoratrici in Svizzera dal 1848 ad oggi.

I sindacati manterrebbero la possibilità di firmare contratti collettivi di lavoro che prevedono dei salari minimi, ma che non potranno essere più bassi del minimo legale. I Cantoni potranno anch'essi fissare dei minimi salariali migliorativi del salario minimo legale fissato dalla Confederazione.

Il salario minimo sarà adeguato almeno rispetto al rincaro delle rendite AVS, ma delle deroghe verso l'alto e verso il basso possono essere ottenute con l'accordo tra i partner sociali.

Alla sua introduzione il salario minimo sarà di almeno 22 fr all'ora. Questo salario corrisponde ad un salario di 4'000 fr al mese per 42 ore alla settimana.

1. L'unità dei lavoratori.
In primo luogo l'iniziativa potrà essere un catalizzatore per l'unità dei lavoratori e delle lavoratrici. Con un salario minimo si garantisce che al disotto di 4'000 fr nessuno può accettare un lavoro, frenando così la concorrenza verso il basso tra i lavoratori, in particolar modo il dumping salariale. Attualmente i padroni possono approfittare della disperazione di molti lavoratori, che pur di riuscire trovare un lavoro, individualmente accettano condizioni salariali che in certi casi sono inferiori ai 2'500 fr al mese. Un salario minimo legale farà in modo che tutti i lavoratori salariati in Svizzera abbiano una battaglia che li unisce.
L'individualizzazione del sistema di lavoro, ulteriormente rafforzatasi negli ultimi 30 anni, ha disgregato di molto la capacità di organizzarsi della classe operaia e dei funzionari pubblici. Questo indebolimento, che non ha ancora trovato una risposta sindacale efficace, ha permesso al padronato svizzero di attaccare tutta una serie di diritti acquisiti, senza incontrare resistenza, o quasi.
L'idea di ritrovare una soluzione collettiva, dove a pagare dovranno essere giocoforza i padroni, è una scelta che in primo luogo fa l'interesse di tutta la classe operaia, ponendo quindi le condizioni per l'unità d'azione.
L'introduzione del salario minimo legale è quindi una misura che si può considerare riformatrice, nel senso che modifica il rapporto di forza tra capitale e lavoro, in favore di quest'ultimo. Questa è la ragione principale per la quale i comunisti aderiscono all'iniziativa dell'USS.

2. Contro la pauperizzazione
Negli ultimi anni, soprattutto dopo la deregolamentazione portata dai bilaterali, lo sviluppo di fenomeni come le agenzie interinali, i lavori subappaltati, contratti temporanei di ogni genere, legali o meno, hanno avuto un forte effetto di dumping salariale.
In Svizzera ci sono 400'000 lavoratori che guadagnano meno di 22 fr all'ora o 4'000 franchi al mese. Rispetto a questi salari miseri, va ricordato come ¾ di coloro che ricevono meno di 4'000 fr al mese sono donne. Per questa ragione è particolarmente importante impegnarsi in questa battaglia affinché si possa mettere fine all'ancora scandalosa disparità salariale tra uomo e donna.
Inoltre, alcune fasce sociali sono particolarmente a rischio del fenomeno detto dei working-poor (lavoratori poveri), in particolare le donne sole con i figli a carico, persone anziane, lavoratori e le lavoratrici stranieri o poco qualificati. Con l'iniziativa dell'USS tutti i lavoratori con un salario al disotto dei 4'000 avranno un aumento salariale, che in certi casi potrà ammontare 1'500-2'000 fr lordi. C'è chi è critico sulla cifra, ma in questo momento è molto più importante far passare il principio, poi si faranno le lotte per aumentare il salario minimo, che ad ogni modo non è comunque sgradevole.
In definitiva l'iniziativa è una proposta che favorirà soprattutto un movimento rivendicativo per l'aumento generalizzato dei salari, in percentuali ben più alte di quelle rivendicate negli ultimi anni. Questo argomento dovrebbe essere sviluppato e messo in pratica dai militanti comunisti che si occupano della questione sindacale.

3. Non sarebbe un danno per l'economia, al contrario
Rivendicare un forte aumento salariale permette di mettere in risalto quanto siano sfruttati i lavoratori e le lavoratrici e quanto invece si accaparrano i padroni. Con un salario minimo legale di 4'000 fr al mese ci saranno aumenti in certi casi del 30%. In molti casi questo costo influirebbe tuttavia meno del 10% sui costi di produzione. I tassi di profitto e le remunerazioni dei manager rappresentano il vero problema per l'economia. Si tratta di mettere in evidenza l'ingiustizia del sistema capitalista in modo molto concreto. Non è certo risparmiando sui salari che le imprese vinceranno la guerra tra squali.
Gli stabilimenti non chiudono perché costa troppo la mano d'opera, ma soprattutto perché quando si deve reinvestire in nuovi mezzi di produzione, si preferisce farlo la dove è più semplice amministrativamente, ma anche dove ci sono dei servizi logistici di qualità a disposizione.
Solo con degli investimenti nel personale ad ogni livello si può garantire uno sviluppo qualitativo che potrà mantenere in forza l'apparato produttivo nazionale. Anzi, sarebbe auspicabile prendere questa direzione per diminuire la dipendenza dal settore finanziario alquanto instabile e pericoloso rispetto al buon funzionamento dell'economica interna.

4. Frenare il lavoro nero e il non rispetto delle condizioni vigenti
Rafforzando il potere d'acquisto dei lavoratori si potranno liberare molti lavoratori e molte lavoratrici da situazioni lavorative e di vita assolutamente precarie e più facilmente portate a cadere nell'illegalità. Se a qualcuno mancano soldi per vivere dignitosamente, più facilmente sarà propenso a lavorare in nero, al sabato, accumulando straordinari su straordinari, rinunciando a dei diritti. Molti lavoratori potranno uscire da questa situazione grazie al salario minimo.

5. l'autonomia sindacale
Con un salario minimo, anche il lavoro sindacale sarà più semplice, perché si risolverebbero alcuni fenomeni di dumping che richiedono molte energie per essere risolti. Queste potranno essere usate per sviluppare tra i lavoratori e le lavoratrici una coscienza e una conoscenza più approfondita del sistema capitalista e di come questo deve essere superato.
Il fatto che i sindacati non saranno più ricattabili sui dei salari più bassi di 4'000 fr, indebolirà molti degli apparati sindacali, che attualmente firmano opportunisticamente dei CCL con salari minimi inferiori ai 4'000 fr o senza salari minimi tout court. Praticamente tutti i sindacati professionali in Svizzera conoscono questo fenomeno.

Anticipare le argomentazioni padronali e dei partiti borghesi
L'idea che con l'introduzione dei salario minimo ci sarà uno schiacciamento dei salari medi deve essere combattuta con forza. L'unica cosa che l'iniziativa chiede è di alzare i salari più bassi di 4'000.- fr, se poi i padroni tenteranno di abbassare i salari medi starà ai lavoratori e alle lavoratrici attualmente meglio posizionati sapersi opporre con le misure di lotta adeguate.
Un'abbassamento dei salari medi a causa del salario minimo legale, non è d'altronde credibile perché i livelli salariali si distinguono soprattutto tra categorie professionali. Non è perché le cameriere non potranno più essere pagate 2'500 fr al mese, che i i maestri dovranno vedere i loro stipendi abbassati, la stessa cosa vale tra idraulici e muratori o tra camionisti e giornaliste, ecc.
I soldi che i padroni metteranno per il salario minimo dovranno andare a pescarseli dai loro profitti, questo è quello che i militanti comunisti dovrebbero rispondere a questa critica, almeno in prima battuta.
In seguito si svilupperanno altre questioni come la necessità di aumentare i prezzi, la perdita di concorrenzialità, il pericolo della delocalizzazione o l'aumento della disoccupazione. Delle risposte adeguate a questi temi vanno ulteriormente approfondite, ma deve essere chiaro che alla fine dei conti non si potrà trovare altre soluzioni che il rovesciamento del potere della borghesia e l'organizzazione dello Stato dei lavoratori.
La cosa importante da tenere da mente è : se l'economia deve massimizzare i profitti, hanno ragione gli avversari del salario minimo, se invece l'economia deve essere una produzione pianificata collettivamente, in modo da poter rispondere ai bisogni materiali, sociali e culturali della popolazione e rispettare l'ambiente, ha ragione chi difende il salario minimo. Ad ognuna di queste due visioni corrisponde un interesse di classe. I lavoratori dovranno sapersi confrontare ad una dura battaglia per vincere questa lotta, sarà per cui necessario cercare di favorire al massimo l'unità dei lavoratori e della classe operaia, fondata sulla condivisione dei principi della lotta e la conoscenza dell'importanza di questa.

Evitare le critiche settarie e anti-produttiviste, ma riconoscere le debolezze
È necessario precisare, viste certe tendenze a sinistra, che non si tratta di favorire il consumismo, perché la coscienza nel consumare la si acquista quando si a tempo per farsela, non quando si riducono i salari e si costringe la gente a lavorare di più. L'unico motivo per cui nel sistema capitalista si riducono i salari è quello di aumentare i profitti immediati e salvaguardare i profitti de monopoli imperialisti.
4'000 fr sono pochi, si poteva puntare più in alto, ma ora la proposta concreta che gira è questa. La direzione dell'USS ha fatto i suoi calcoli ed ha proposto questa cifra, noi sappiamo che in molti casi 4'000 franchi al mese non bastano, ma è ora importante battersi per conquistare il diritto ad un salario minimo legale, affinché sia ancorato alla costituzione.

Necessità di una mobilitazione generale per appoggiare la proposta
Negli ultimi anni si è visto come sia difficile per la sinistra vincere delle votazioni popolari, in particolare delle iniziative. Di grande sostegno sarebbe una mobilitazione massiccia dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro paese. Organizzare delle lotte operaie per rivendicare il salario minimo di 4'000 – almeno – sia a livello aziendale che settoriale è importante per riuscire a far passare il messaggio. Sarebbe opportuno che le direzioni sindacali si schierino apertamente per la lotta in sostegno delle classi subalterne. È probabilmente giunto il momento per l'USS di decidersi se abbandonare una pace del lavoro, che da settant'anni sta ingabbiando il movimento operaio svizzero.

giovedì 28 aprile 2011

Aperture domenicali, l'opinione di Stelio Mondini

Stelio Mondini, militante comunista di vecchia data e proprietario di una piccola macelleria ha accettato di rispondere a qualche domanda per la nostra rivista in qualità di promotore del ricorso contro la decisione del Consiglio di Stato di dare il permesso ai commercianti di tenere aperto il giorno di San Giuseppe. Con il sostegno di Unia il ricorso è stato vinto ed i negozi sono rimasti chiusi.

L.S. Un'ennesima battaglia, Stelio, con quale motivazione continui a lottare?

S.M. Ci tengo ad essere franco, se mi sono impegnato in questa battaglia non l'ho fatto per difendere gli interessi dei piccoli commercianti. Tanti di questi avrebbero voluto rimanere aperti, non perché non gli piace riposarsi di tanto in tanto, ma perché tanti sono con l'acqua alla gola, stanno perdendo terreno rispetto alle grandi superfici di vendita. La motivazione è per me molto più diretta, io sto con le commesse e i commessi e nessuno di questi avrebbe voluto passare la festa del papà al lavoro.

L.S. Di fatti, e pensare che la maggior parte dei nostri governanti sono cristiani. Tu cosa ne pensi de ruolo della politica in tutto questo?

S.M. C'è un asse chiaramente spostato a destra, che va dalla Lega, il PPD e liberisti vari. Il Gigio Pedrazzini è stato quello che ha fatto pendere l'ago della bilancia per l'apertura di San Giuseppe, vista l'assenza di Sadis il suo voto in qualità di presidente valeva doppio. Se non altro adesso non ci saranno più di questi problemi, dopo queste elezioni cantonali con l'allenza Beltraminelli, Gobbi, Borradori ci sarà la necessità di battersi con maggior intensità per la difesa delle condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori del settore.

L.S. C'è chi invoca la concorrenza dall'Italia per giustificare le aperture, cosa ne pensi?

S.M. Ora io mi chiedo se dobbiamo prendere esempio dall'Italia. Mi pare che la maggior parte dei concittadini siano piuttosto scettici su quel che succede al di là della frontiera, non penso che copiare il modello iper consumistico italiano sia la miglior cosa da fare. Se non riusciamo a vedere tutto quello che abbiamo nei negozi è forse perché ne abbiamo lasciati aprire troppi? A volte mi chiedo davvero se certa gente ha ancora tutte le tegole al suo posto. Sui giornali qualcuno ha scritto che con il ricorso abbiamo negato il diritto di “shopping”!!

L.S. Quindi hai anche sentito di favorevoli alle aperture?

S.M. Se ne ho sentite! Telefonate anonime di insulti tra i più volgari, anche se quello che più mi ha ferito è stato quando mi hanno dato del “lazzarone”. Dopo 46 anni di lavoro come macellaio questo era sicuramente il peggior epiteto che mi potevano dare. Ai favorevoli alle aperture domenicali chiedo se non hanno niente di meglio da fare la domenica che infilarsi nei negozi, magari anche con i bambini. Ma la gente oggi non apprezza più stare in compagnia, attorno ad un tavolo o passeggiando nella nostra bellissima natura?

mercoledì 9 febbraio 2011

E sciopero è stato!

La mattina dell'otto febbraio, più di cento operai hanno incrociato le braccia alla Transofr di Molinazzo di Monteggio. La decisione è stata presa alle 6.30 dall'assemblea generale degli operai, riuniti all'entrata della fabbrica. Gli operai hanno deciso di bloccare l'accesso alla fabbrica, posizionando delle auto davanti ai cancelli.
La decisione scaturisce dopo un rientro dalle vacanze di natale concitato. Il 23 di dicembre, durante la tradizionale panettonata con i famigliari dei dipendenti, la direzione della azienda annuncia agli operai che dal 2011 dovranno svolgere 2 ore in più a pari salario. L'augurio di buon natale del signor Palladini, direttore dello stabilimento, non è però stato digerito dai lavoratori in produzione.
Con l'aiuto del sindacato Unia, hanno consegnato una petizione firmata da praticamente tutti gli operai ed una parte significativa degli impiegati, per chiedere alla direzione di rinunciare all'accordo. Non c'è stato nulla da fare, la commissione del personale (Cope) si è lasciata ingannare ed a sostenuto l'accordo.
Visto l'atteggiamento della Cope gli operai hanno deciso di raccogliere le firme per destituirla. È stata firmata petizione da quasi tutti gli operai, segno evidente di quanto questa non fosse rappresentativa della volontà delle maestranze.
Ad ogni modo la direzione non ha voluto cedere alle richieste certamente legittime degli operai. A questo punto, con un importante sostegno del sindacato Unia, i lavoratori decidono di passare per vie più dure. Vista la rigidità della parte padronale, comincia a ventilare la minaccia di sciopero. Una risoluzione che apre la possibilità a delle misure di lotta è stata votata in assemblea da numerosi operai ad inizio febbraio.
Visto l'ennesimo rifiuto della direzione, anche solo d'incontrare i rappresentanti sindacali di Unia, la mattina dell'otto febbraio si concretizza la mobilitazione. Nonostante alcuni funzionari OCST presenti abbiano tentato di smorzare gli animi, turno dopo turno si è votato lo sciopero. Così si è continuato fino nel primo pomeriggio quando tutti i turni si sono astenuti dal lavoro. La direzione è stata più volte invitata ad esprimersi difronte ai lavoratori, in risposta sono stati inviati degli scagnozzi dei piani alti che hanno cercato di dividere gli operai. Visto lo scarso successo dei colletti bianchi, è stata poi avvertita la polizia cantonale, che è sopraggiunta a sciopero già deciso. I funzionari di Unia si sono impiegati a mettere a tacere alcune teste calde in giacca e cravatta che cercavano di minacciare gli scioperanti, mentre i funzionari OCST scroccavano qualche adesione immeritata. D'altronde uno dei direttori dell'azienda era particolarmente adirato con Scolari del cristiano sociale perché non è riuscito a rispettare i patti. Probabilmente l'OCST aveva cercato di chiudere la questione con una bella mangiata tra padroni e sindacato...
Da notare la presenza di un militante, non certo di base, del Partito Democratico, che con un paio di suoi collegi in doppio petto, hanno invitato la polizia ad obbligare gli operai ad andare a lavorare. Importante la riposta dell'agente: “mi, ordini dà ti an ciapi mia!”. Le forze dell'ordine hanno semplicemente dovuto assicurare che qualche colletto bianco non passasse alle vie di fatto. Gli operai hanno saputo mantenere la calma in modo molto più esemplare, non giustificando in alcun modo un intervento qualsiasi da parte della polizia.
In tardo pomeriggio la direzione cede infine, ed accetta d'incontrare una delegazione composta da quattro operai, due sindacalisti Unia e purtroppo anche due sindacalisti dell'OCST. La trattativa si è conclusa con poca cosa, la risoluzione proposta all'assemblea degli operai dalla delegazione è stata rigettata dalla maggioranza dei presenti. È tuttavia sorto un gruppo di operai indecisi che hanno creato molti battibecchi che si sono conclusi con uno scoraggiamento generale e la fine dello sciopero, solo per ora si spera...
Rimangono dei dubbi sul ruolo dei sindacati nelle trattative, sapendo che OSCT è quello che è, e che Unia eredita almeno in parte la tradizione sindacale della FMLO. Forse sarebbe stato meglio uscire con un nulla di fatto, la risoluzione proposta era da evitare. Probabilmente sarebbe stato meglio incoraggiare a continuare lo sciopero per aumentare la pressione sulla direzione, già al quanto nervosa. La richiesta fino a quel momento era l'annullamento dell'accordo firmato dalla Cope ormai destituita.

Le posizioni padronali sono insostenibili

Da parte padronale si argomenta con le solite scuse. Secondo loro, una ditta come la Transfor, che fa comunque dei prodotti di qualità, riuscirà a stare in piedi solo aumentando lo sfruttamento dei lavoratori. Il grande direttore aveva la Jaguar, tra tutti i direttori un milione in auto di lusso c'era tutto. Contando che se l'auto è di lusso, i tipi non hanno una casetta, ma una o due belle ville, sicuramente lo sforzo lo avrebbero potuto fare l'oro, si parla di sei o sette persone. Invece lo fa chi prende 3'500 franchi lordi, poco meno poco più. Inoltre un'industria che assembla pezzi metallici con finiture di qualità, associata dell'Associazione Svizzera del Metallo - di cui Schneider Amman sa qualcosa, non rinuncia facilmente al marchio ASM, uscendo dalla convenzione collettiva o minacciando di delocalizzare. D'altronde il mito che, vista la concorrenza della Cina, non possiamo più avere mezzi di produzione nel nostro paese è ridicola. Il tessuto industriale del nostro paese potrebbe benissimo mantenuto se la politica si occupasse di pianificare l'economia, invece di cercare il modo di mascherare i furti della borghesia ai danni dei lavoratori.
La scusa del cambio è anche in questo caso inaccettabile. In primo luogo quando il cambio era alto non si aumentavano i salari e si diceva perché le merci costano troppo! È una presa in giro che deve finire, ancora una volta l'industria in Svizzera può sopravvivere se la politica si muove in modo da definire un progresso intelligente per il nostro paese. Se invece ci si sottomette all'Ue, come è stato fatto concludendo dei “bilaterali” molto unidirezionali, dai lavoratori versi i padroni, questo sarà impossibile. La fluttuazione dell'euro non è una novità, la lira aveva movimenti anche più tumultuosi. Il problema dell'euro è un altro, è che è controllato dai monopoli imperialisti su scala europea, principalmente concentrati in Germania, Francia e Gran Bretagna. Non c'è un popolo che ha guadagnato qualcosa con l'euro, perché anche con l'euro i profitti se li intascano i borghesi. E sono i profitti che gli operai dovranno, prima o poi, saper conquistare, e solo li i diritti veri verranno.  

sabato 4 dicembre 2010

Appello ai comunisti del PsdL - Sinistra Europea, persa ogni speranza, meglio unire i comunisti




Il 3-5 dicembre 2010 si svolgerà il terzo Congresso del Partito della Sinistra Europea (SE). Esso si basa su un documento politico che non è stato possibile discutere in seno al nostro Partito. I compagni e le compagne del Comitato Centrale (CC) del Partito Svizzero del Lavoro (PSdL) e le sue sezioni cantonali hanno ricevuto una bozza del documento congressuale nel mese di agosto, ed un’altra il mese di ottobre (sempre e solo in francese), mentre il documento finale non è mai stato inviato nemmeno al Comitato Direttore (CD) del PSdL. 
Il 6 novembre, in seno al CD del PSdL si è discusso del congresso della SE. Alcuni compagni hanno sollevato le critiche relative ai ritardi nella presentazione dei documenti. La risposta venuta dai membri dell’esecutivo della SE si è limitata a sottolineare le difficoltà organizzative che comporta la costruzione di un partito a livello europeo. Una domanda successiva indagava sui finanziamenti che la SE riceve dall’Ue, i quali dovrebbero permettere alla SE un buon funzionamento, anche da un punto di vista pratico. La riposta è stata che l’Ue non permette di usare i soldi in modo autonomo! 
La SE è quindi un partito legato a doppia mandata con l’Ue. Le proposte di cambiamento radicale sbandierate dalla SE non potranno essere realizzate, fintanto che ci sarà una sudditanza nei confronti  della Unione Europea. Del resto, dai documenti presentati (che ricordiamo sono solo delle bozze) non è possibile acquistare fiducia in questo Partito. 
A livello contenutistico la seconda bozza (presa come il documento più definitivo a nostra disposizione) non rispecchia la posizione che è stata espressa in due occasioni dalle istanze del PSdL (Congresso Nazionale di Zurigo e Conferenza Nazionale di Neuchâtel) al riguardo dell'Unione Europea. In particolar modo quando nel documento si afferma, più o meno apertamente, che per i paesi d'Europa non c’è futuro all'infuori dell'Ue. Al contrario, nel PSdL si sta scegliendo l’opposizione all’adesione della Svizzera nell’Ue. 
La posizione espressa dall’ufficio politico della SE non riconosce il dato soprastrutturale secondo cui l’Unione Europea non è fondamentalmente legata ad un territorio e ad una popolazione, ma un’istituzione voluta e manovrata dal capitale monopolistico, avente come obiettivi il rafforzamento delle sfruttamento su tutto il continente e l’espansione imperialista dei grandi monopoli. La fiducia rinnovata, non ad un ceto politico che la dirige ormai indifendibile, ma all’istituzione europea, mostra concretamente il basso livello di analisi avanzato nel testo congressuale della SE. 
Invece di preoccuparsi del fatto che i cittadini dei paesi europei stanno perdendo la fiducia nell’Ue, la SE dovrebbe invitarli ad abbattere l’Ue, come fanno i compagni greci del KKE e tutti i comunisti seri nel nostro continente. La preoccupazione dei comunisti non deve riguardare la buona salute dell’Ue, ma quella delle lavoratrici e dei lavoratori, delle classi popolari e dell’ambiente. Per noi è evidente che non è possibile stare con l’Ue e allo stesso tempo con le classi popolari, sono due posizioni inconciliabili! 
D’altronde nel testo non viene mossa nessuna critica alla politica imperialista dell’Ue, che sostiene fortemente l’avanzata dei monopoli europei nella conquista del mondo. In particolare andrebbero denunciati il sostegno che l’Ue continua a portare ad Israele - quale Stato criminale ed espansionista - e la preparazione della guerra all’Islam ed a tutti coloro che si oppongono apertamente all’imperialismo. 
Più in generale il documento appare debole dal punto di vista dell'analisi di classe dello stato di cose presenti e quindi del progetto politico complessivo. Dal testo non si riesce a capire quali sono le principali contraddizioni che la SE dovrà affrontare nelle lotte concrete. Il testo se la prende principalmente con gli esecutori dello sfruttamento (i manager) o peggio ancora con delle entità astratte come i “mercati”. A più riprese i mercati sono accusati di comandare tutto, come se dietro ai mercati non ci fosse nessuno a dirigerli. In nessun caso si fa riferimento agli azionisti e alla borghesia monopolista. Le proposte avanzate rimangono ristrette al quadro parlamentare e spesso di stampo riformista. 
La discesa in campo per l’organizzazione e l’unificazione delle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici dovrebbe essere la priorità assoluta per la SE. Nella situazione attuale, una SE degna di questo nome dovrebbe essere in prima linea per promuovere e sostenere uno sciopero generale europeo, mentre continua a dilungarsi ne più ne meno di tanti borghesi, sulla regolamentazione dei mercati finanziari. 
Infine il testo non presenta nessuna analisi sulla situazione della SE stessa. Non è stato presentato nessun documento critico del funzionamento del partito, come se non si incontrassero difficoltà nel percorso di costruzione della SE.  
Preso atto di quanto sopra, proponiamo che il PSdL non si impegni più nella costruzione della SE. Le priorità a livello internazionale dovranno piuttosto tendere allo sviluppo di relazioni, in Europa e nel mondo, con i partiti comunisti e operai che non hanno abbandonato i principi fondamentali del movimento comunista internazionale. 
Appelliamo quindi tutti i compagni e le compagne del PSdL a sostenere a questa posizione, che mira a rafforzare l’unità del movimento comunista internazionale e a demarcare una linea chiara tra chi vuole veramente lottare per il superamento del capitalismo, verso il socialismo e chi pensa semplicemente a fare una politica di “sinistra”. 
Invitiamo pure tutti quei compagni e tutte quelle compagne di altri paesi, che condividono la posizione sviluppata sopra, a sostenere quest’appello che vuole rafforzare i legami dei comunisti   svizzeri con i comunisti europei e di altri continenti. 
Primi firmatari : 




Premiers signataires : 
Leonardo Schmid, membre du Comité Directeur PST  
Cyrille Baumann, membre du Comité Directeur PST
Jean-Luc Ardite, membre du Comité Directeur PST
Massimiliano Ay, secrétaire de la section Ticino du PST - Partito Comunista
Franz Fischer, secrétaire de la section Bâle du PST - Neue PdA
Beat Wyss, membre du Comité Centrale du PST
Stefano Moretti, membre du Comité Centrale du PST
Esteban Munoz, membre du Comité Centrale du PST
Mattia Tagliaferri, membre du Secrétariat de la section Ticino du PST -Patito Comunista
Roger Stettler, membre du Comité Directeur de la section Berne du PST - PdA Bern
Amedeo Sartorio, membre du comité constituant  de la Jeunesse Communiste Suisse
Raffaele Morgantini, membre du comité constituant  de la Jeunesse Communiste Suisse
Nathan Mahrer, membre du comité constituant  de la Jeunesse Communiste Suisse 
Steven Boss, membre du comité constituant  de la Jeunesse Communiste Suisse
Aris Della Fontana, coordinateur de la Jeunesse Communiste (Ticino)
Quentin Stauffer, coordinateur de la Jeunesse Communiste (Neuchâtel)
Alessandro Lucchini, membre de la coordination de la Jeunesse Communiste (Ticino)
Edona Murati, membre de la coordination de la Jeunesse Communiste (Berne)
Mattia Antognini, coordinateur de la section Bellinzona de la Jeunesse Communiste (Ticino)
Roberto De Tulio, coordinateur de la section Momò de la Jeunesse Communiste (Ticino)
Davide Sutter, coordinateur de la section Locarno de la Jeunesse Communiste (Ticino)
Militants 
Janosch Schnider, Parti Suisse du Travail - Partito Comunista (Ticino)
Francesco Vitali, Parti Suisse du Travail - Partito Comunista (Ticino)
Stefano Boumya, Parti Suisse du Travail - Partito Comunista (Ticino)
Marina Wyss, Parti Suisse du Travail - Partito Comunista (Ticino)
Simone Romeo, Parti Suise du Travail - Partito Comunista (Ticino)
Gianfranco Cavalli, Parti Suisse du Travail - Partito Comunista (Ticino)
Simon Aellig, Parti Suisse du Travail - PdA (Bern)
Sebastian Pabst, Jeunesse Communiste (Ticino)
Marin Mikelin, Jeunesse Communiste (Ticino)
Elias Caccia - Jeunesse Communiste (Ticino)
Gioele Achille Gessler, Jeunesse Communiste (Ticino)
Linda Vanina, Jeunesse Communiste (Ticino)
Nora Binda, Jeunesse Communiste (Ticino)
Iared Camponovo, Jeunesse Communiste (Ticino)
Nicolas König, Jeunesse Communiste (Bern)
Media 
Kommunisten.ch
Solidaritéinternationalpcf.org
Resistenze.it
Lernesto.it
Kominform.at
Kommunisten.at
Solidarité internationaliste
Alessio Arena, Rifondazione Comunista - L’Ernesto (Italie)
Helmuth Fellner,  Kommunistischen Initiative (Autriche)

giovedì 4 novembre 2010

Muratori, si va indietro? Lottiamo per andare avanti!

Il settore edile ha bisogno di mobilitazione e di lotta. Da qualche anno gli operai non si fanno sentire, lo sciopero è tornato in un cassetto e così i padroni riprendono coraggio ed alzano ulteriormente la mira. Il 2011 porterà giocoforza a delle tensioni tra salariati e datori di lavoro. La “sacrosanta” pace del lavoro potrebbe rompersi sotto gli attacchi padronali durante le discussioni sul rinnovo del Contratto Nazionale Mantello dell'Edilizia Principale (CNM). L'arroganza del padronato si è mostrata più volte negli ultimi mesi. L'attitudine adottata sugli adeguamenti salariali ne è un primo esempio. Un'offerta massima di 30 franchi al mese (lordi), insufficiente per coprire già solo l 'aumento dei premi di cassa malati, figuriamoci il carovita complessivo.
In sede di trattativa per il rinnovo contrattuale, è stato sferrato un attacco duro e mirato da parte della SICC, contro i diritti dei lavoratori edili. Il tentativo promosso intenderebbe deregolamentare ulteriormente le condizioni di lavoro, introducendo una settimana lavorativa di 6 giorni, con un orario che può variare tra le 35 e le 48 ore, lasciando spazio alla più ampia flessibilità. Questa e altre gravi richieste come il licenziamento durante un periodo di malattia o la riduzione dello stipendio del 15% per i giovani sotto i 20 anni, sono sicuramente le prove generali per lanciare un più vasto attacco in tutti i settori del cantiere. È quindi necessario dare una risposta solida, in piazza, per far capire ai padroni che gli operai esistono ancora e che non devono essere sempre loro a fare sacrifici, mentre gli imprenditori realizzano enormi profitti.
L'economia nell'edilizia tira. Attualmente da un punto di vista della mole di lavoro il settore si sviluppa velocemente. Delle politiche finanziarie poco serie continuano a mantenere bassi i tassi d’interesse delle ipoteche. Al contempo i criteri di concessione di credito sono più che labili e sempre più spesso a tasso variabile, spalancando le porte agli speculatori immobiliari. Quando fare soldi facili, investendo nella finanza diventa più difficile, essenzialmente dopo la crisi del 2008, l’ideale dell'immobiliare come “bene rifugio” si è ulteriormente rafforzato. La crescita nel settore edile è molto forte, al punto da chiedersi se questo ritmo sia sostenibile a lungo termine. Per quel che riguarda la sostenibilità ambientale si sta sicuramente raggiungendo il massimo sopportabile.
Nonostante l’attuale fase di forte concorrenza, i prezzi delle case continuano a salire. Questo significa che la concorrenza influisce unicamente nel determinare l’azienda più performante, ma in generale i guadagni sui prodotti finiti rimangono elevati, soprattutto per le ditte più grosse. La crescita dei prezzi delle case è tendenzialmente dettata dalla grande domanda, sostenuta appunto dai bassi tassi ipotecari, ma non corrisponde al valore reale dei beni immobiliari. Di questo passo si alimenta la creazione di una bolla speculativa, che se dovesse esplodere, provocherebbe ingenti ripercussioni sui lavoratori edili, ma anche in tutti i settori collaterali, rischiando di trascinare l’intera economia cantonale (e nazionale) in una vera e propria crisi profonda. Gli effetti porterebbero ad una riduzione importante dei posti di lavoro nel settore e quindi anche nei settori collaterali. Ci sarebbe un aumento dell’esercito di riserva dei lavoratori, che favorirebbe la concorrenza tra salariati e quindi un ulteriore dumping.
Per evitare o almeno ritardare la crisi nel settore è quindi importante iniziare a tenere da conto il lavoro. Se le ditte tenessero al benessere del settore e anche di tutto il cantone, invece di licenziare, subappaltare e ricattare dovrebbero rallentare i ritmi, diminuire gli orari e assumere più personale. È chiaro che questo non potrà che essere contro gli interessi dei padroni, andandone ad intaccare i profitti. È altrettanto chiaro che per andare avanti i lavoratori devono trovare l'unità e difendersi l'uno con l'altro. La lotta di chi lavora, che lo si voglia o no, è di classe ed implica il conflitto con chi “da” il lavoro.
Uno sciopero nel settore edile dipende in primo luogo dai lavoratori. Solo loro possono decidere le modalità della lotta. Sicuramente ci saranno dei compagni che s'impegneranno per mobilitare. Sperando che quei compagni siano sempre di più e che la necessità della lotta venga capita fin nell'ultimo cantiere del Gambarogno o della Vallemaggia, ci auguriamo un pieno successo dei muratori nella battaglia per la difesa del CNM. perché chi lotta può perdere, ma chi non lotta ha perso in partenza. 

sabato 4 settembre 2010

Uno 0.1% per tutti





Il Partito Svizzero del Lavoro lancia l’idea di un contributo dello 0.1%, prelevato sulle grandi imprese che dispongono di un capitale proprio superiore ad un miliardo. Un imposta destinata ad un fondo sociale che possa finanziare le assicurazioni sociali attualmente in cattive acque finanziarie. Il nostro Partito non accetta che siano le classi popolari a pagare la crisi provocata dalla finanza internazionale, della quale fanno parte le grandi banche con sede in Svizzera, complici degli speculatori mondiali. 

L’anno 2010 sarà caratterizzato dal manifestarsi della crisi sociale come conseguenza della crisi finanziaria ed economica che l’hanno preceduta. In Svizzera i partiti borghesi avevano previsto un tale peggioramento della situazione economica. Avevano già preparato dei progetti di revisione delle assicurazioni sociali per diminuire le spese della Confederazione e “liberare” l’economia dal peso dello stato sociale. Le classi popolari dovrebbero quindi fare sacrifici, accentando la diminuzione delle prestazioni dell’AVS, dell’AI, dell'assicurazione disoccupazione e del secondo pilastro, mentre non si fa assolutamente nulla per risolvere i problemi della cassa malati. Il Partito Svizzero del Lavoro non può che opporsi a questa politica anti-popolare. 


In fondo i padroni nel nostro paese ci dicono che il buon andamento dell’economia è un obiettivo in quanto tale, che tutto il resto si farà da sé, che cosa questo voglia dire, pochi sembrano essere stati illuminati. Come si può pretendere di fare il bene dell’economia tagliando ogni tipo di prestazione sociale, mentre si continuano a fare regali ai ricchi con sgravi fiscali, forfait fiscali e segreto bancario? 


La risposta che è molto più semplice di tanti grandi discorsi. Questa economia è al servizio di un gruppo di oligarchi, il cui unico interesse è aumentare i loro profitti, senza minimamente preoccuparsi della stabilità economica e dello sviluppo armonioso della società svizzera. Quando i padroni dicono che l’economia va bene, stanno semplicemente constatando che i loro profitti continuano a crescere, mentre i salari non seguono nemmeno l’inflazione. Si creano quindi differenze sempre più gradi differenze tra coloro che lavorano e che vivono modestamente e i parassiti che sfruttando il lavoro degli altri, realizzano profitti impressionanti, anche in periodo di crisi. Non stiamo certo parlando degli immigrati, che lavorano in condizioni anche più dure degli svizzeri, ma di quelle famiglie che pur essendo il 4% della popolazione, detengono più della metà della ricchezza totale nel nostro paese. 


Questa gente non ha accumulato tali fortune con il proprio lavoro, ma facendo lavorare altri al posto loro, possiamo quindi considerare più che legittimo chiedere loro un contributo dello 0.1%. Alcuni ci diranno che siamo moderati perché, per le imprese toccate, l’effetto della misura sarà minimo. Un confronto: il salario medio in Svizzera è 5'700 franchi al mese. Lo  0,1% è di 5,70 franchi, cioè un caffè e un cornetto, meno di un pacchetto di sigarette! I comunisti non chiedono molto, solo che le grandi imprese diano in proporzione i soldi di un caffè e un cornetto ogni anno, per salvare lo stato sociale!

venerdì 4 giugno 2010

Cultura e contro-rivoluzione, la resistenza passa anche attraverso la liberazione dei popoli dalla propaganda al consumo.

Le crisi del capitalismo non ci sorprendono più. Noi, in quanto marxisti, conosciamo la natura del capitalismo e le crisi alle quali esso porta con regolarità. Eppure non è una crisi del capitalismo a indebolire i borghesi, al contrario spesso le crisi rafforzano la concentrazione del capitale in qualche monopolio. Negli ultimi anni si sono ripetute numerose crisi, ognuna con le sue caratteristiche proprie, nonostante il fatto che senza dubbio erano tutte crisi di sovrapproduzione. Nessuna di esse ha tuttavia portato automaticamente a un rafforzamento del proletariato nella sua lotta contro la borghe- sia. La controrivoluzione ha vinto delle battaglie sulla rivoluzione, perciò noi abbiamo il dovere di resistere e di rilanciare il movimento comunista internazionale, affinché possa intensificare i suoi colpi contro il capitale, senza timori, come ha sempre fatto in passato.
Ciò che voglio sviluppare a proposito della crisi è, a mia conoscenza, poco affrontato nelle riflessioni dei comunisti nel mondo. Voglio interessarmi all'effetto della pubblicità nel sistema di produzione. Oggi la pubblicità è diventata un fattore importante nella ripartizione dei mercati. Lenin ci ha insegnato 100 anni fa che le borghesie nazionali in eccesso di capitali sono sempre alla ricerca di nuovi mercati, all'estero con delle politiche imperialiste, ma anche nel loro territorio, con quella che chiamerò “l'innovazione nel consumo”.
Sappiamo che quando i mercati sono saturati e le possibilità di trovarne di nuovi diminuiscono, le potenze si dedicano a delle dure battaglie per rubarsi i mercati tra loro. Nel passato i conflitti interimperialisti sono giunti fino alla guerra,fortunatamente sotto questa forma essi non hanno quasi più avuto luogo dopo il massacro hitleriano. La guerra è diventata uno strumento di oppressione coloniale, almeno (dico almeno) altrettanto orribile, ma non è questo l'oggetto del mio intervento. E' della lotta tra le potenze imperialiste che mi occupo. Oggi esse si combattono – almeno per il momento - quasi soltanto sul piano politico ed economico. In questo gioco, la pubblicità e la propaganda mediatica svolgono un ruolo importante, come strumenti per la conquista dei mercati.
Dal 1973 l'Occidente capitalista è entrato in una fase di crisi di sovrapproduzione permanente, che obbliga i capitalisti a una esportazione di capitale accresciuta e a una ricerca costante di nuovi mercati. D'altro canto, la resistenza è sempre più forte nei paesi del Sud, con le lotte così ben descritte da Fidel nel suo discorso agli amici di Cuba del 1994. La libertà di manovra dell'imperialismo non ha cessato di incontrare dei movimenti di resistenza durante tutto il dopoguerra. Soltanto quando l'URSS è caduta abbiamo tremato e siamo indietreggiati, con tutti i popoli del mondo, ma non abbiamo perduto proprio tutto. Già nel 1999 il socialismo ricomincia il suo corso in Venezuela, trascinando con sé una parte importante del continente Latino Americano. Cuba, che ha resistito, si rialza come esempio per i popoli, e l'imperialismo ricomincia a tremare. Le crisi si ripetono in rapida successione, aprendo ogni volta una nuova guerra imperialista, dalla Jugoslavia all'Iraq, senza dimenticare l'Afghanistan, la Somalia, l'Honduras, e la lista è ancora lunga.
Attualmente la coordinazione dei paesi del Sud, dove il BRIC svolge il ruolo di motore nella cooperazione economica, ma non solo, dà fastidio agli imperialisti. I dirigenti del mondo devono mostrare i denti, ma sono già confrontati con i movimenti interni contro la guerra imperialista e con i difensori della pace fra i popoli. Sono anche sempre più in difficoltà a offrire una vita dignitosa ai popoli dell'Europa occidentale e dell'America del Nord. Il livello generale di educazione è costantemente in ribasso, la sicurezza sociale attaccata, la libertà di movimento e di espressione piegata agli interessi della sicurezza.
Gli imperialisti hanno allora bisogno di piegare il popolo con la propaganda mediatica e commerciale, forma di repressione mentale fondata sulla menzogna e sull'inganno. Tale campo di battaglia è eminentemente politico, è la lotta a livello della sovrastruttura, che attualmente ci vede perdenti. Il vantaggio oggi determinante, tra le mani dei capitalisti, è l'avere acquisito, come dice Gramsci, una “egemonia culturale” quasi assoluta. Agli occhi delle masse popolari, i capitalisti sono più credibili di noi. Noi non riusciamo a far conoscere le nostre idee, poiché le nostre strategie di comunicazione sono poco elaborate, in un mondo nel quale la comunicazione ha acquisito uno statuto con il quale dobbiamo fare i conti.
Se osserviamo l'evoluzione delle correnti economiche nelle più importanti scuole di economia in Occidente, constatiamo che a partire dagli anni 80 gli sviluppi delle tecniche di vendita hanno conquistato la leadership dell'economia borghese. Era necessario imparare a vendere meglio degli altri, poiché i mercati cominciavano a essere saturi. Oggi l'economia si fonda su dei “fatti” come : la redditività di un prodotto, il tasso di penetrazione di un mercato, i calcoli dei rischi, che sono i nuovi paradigmi del marketing. Il marketing è prima di tutto uno studio metodologico dell'arte di convincere qualcuno che il costo marginale, per comperare un determinato prodotto, è sufficientemente basso per comperarlo effettivamente. In altri termini, inculcare nei cittadini l'idea di spendere il loro denaro per un determinato prodotto, affinché il capitalista possa continuare a produrre e quindi a guadagnare denaro sfruttando le lavoratrici e i lavoratori.
Questo meccanismo conduce a un tale stato di alienazione collettiva che diventa necessaria una resistenza attiva contro quello che potrebbe essere definito come un fascismo mediatico del consumo. I cittadini sono socialmente obbligati a dilapidare il loro salario per dei prodotti dei quali non hanno bisogno materiale, fino al punto di trascurare la soddisfazione dei bisogni vitali.
La pubblicità è mirata a delle nicchie di popolazione definite in partenza in base al loro potenziale d'acquisto. Per esempio si può citare la propaganda su una nicchia di popolazione come l'infanzia, un'arma ignobile della borghesia contro i proletari. I pubblicitari esercitano una propaganda sui bambini tale che i genitori sono costretti a comperare loro dei bei giocattoli, talvolta e addirittura spesso di dubbio valore etico. Tutto per non apparire come dei cattivi genitori. L'egemonia culturale esercitata dalla borghesia nel nostro tempo istituisce i principi del consumo materiale come valori di definizione dei buoni genitori, mentre il tempo trascorso con i propri figli e l'
educazione che si impartisce loro passano spesso in secondo piano.
E' così che i grandi capitalisti realizzano la concentrazione del capitale. Arrivano a decidere che cosa i proletari devono comperare, cioè come devono utilizzare il loro salario. Questo rende i grandi capitalisti mille volte più competitivi, poiché li libera almeno parzialmente dalla pressione della concorrenza sui prezzi, esercitata dagli squali più piccoli. Lo sviluppo delle conoscenze attuali permette, grazie alla pubblicità, di arrivare a un circolo produttivo che obbliga i proletari a spendere il loro salario come vogliono i grandi capitalisti. Se è vero che la fase del capitalismo monopolistico di Stato ne era il preludio, oggi questo gioco è condotto dalla pubblicità, dalla moda e dalle tendenze, alienando il popolo della sua cultura storica e quindi anche nazionale.
Le nazioni diventano facili prede per quei falsi patrioti estremamente pericolosi che sono i fascisti. La destra nazionalista che aumenta sempre più in Europa è solo la lunga mano del capitalismo. I soli che possono rivendicare di essere patrioti, i veri difensori dei popoli, sono coloro che si battono contro il capitalismo transnazionale. Sono i continuatori del glorioso comunismo internazionale. Allora uno dei nostri compiti prioritari oggi, come comunisti, è quello di liberare i popoli da questa propaganda, il che significa vincere la battaglia culturale, che è parte integrante della lotta di classe.
Viva il movimento comunista internazionale Viva la solidarietà fra i popoli Viva la pace e la libertà
Leonardo Schmid, co-segretario esecutivo nazionale del Partito Svizzero del Lavoro Seminario Comunista Internazionale di Bruxelles, 14-16 maggio 2010

martedì 6 ottobre 2009

DECRESCITA, FINO A QUANDO RISCOPRIREMO L’ACQUA CALDA...

Introduzione
Mi è capitato spesso, discutendo con i difensori della decrescita di ritrovarmi a fare un intervista direttiva, che porta dritto allo sviluppo delle teorie del socialismo scientifico. È senz'altro per questo motivo che ho preso al balzo l'occasione postami da Met e stendere un documento al riguardo. Il concetto di decrescita è apparso da qualche anno e non è ancora definito unanimemente a livello scientifico-accademico. Spesso politici avventuristi se ne servono in modo populistico, senza spiegarne chiaramente le fondamenta, gli obiettivi e i metodi.
Il teorico del movimento della decrescita, Serge Latouche, si proclama un "marxista" non leninista. Non ha mai sostenuto nessuna esperienza socialista e in particolare si oppone alle tesi sull'imperialismo di Lenin. Tali posizioni rendono evidente ad ogni comunista che Latouche è un pozzo d'ignoranza in quanto a marxismo. Tuttavia, molti anche tra i comunisti si sono interessati a questo concetto, tant'è che qualcuno lo ha pure introdotto nel partito.
Ricordo che il nostro partito ha aderito a questo concetto, contro il mio parere, con la mozione del compagno Davide Rossi al XX Congresso. Mi permetto di dire che la discussione sul tema è stata molto superficiale. Con questo documento rilancio il dibattito, di modo a poter approfondire la questione e riaprire – a tempo da determinare - la discussione formale interna al partito.
Ritengo questa discussione essenziale su vari punti, sia rispetto allo sviluppo del socialismo e del movimento reale, che alle questioni chiamate “ecologiche” o “ambientali”, ossia l'idea che l'essere umano fa parte della natura. Sempre più gente si trova d'accordo con il principio che preservare la natura significa riuscire a vivere in armonia con essa. La discussione rimane però aperta su quali risposte precise bisogna dare al problema dello sfruttamento del pianeta da parte dell'essere umano. Che fare rispetto al prosciugamento delle risorse della Terra, che mette in pericolo la capacità stessa della natura a rigenerarsi?
Avere una risposta precisa ad una domanda del genere sarebbe alquanto presuntuoso. Latouche ha buttato li un'idea, ma se andiamo a studiarla da vicino, si capirà come alcune conclusioni che tira sono “accettabili”, ma non hanno nulla d'innovativo. Mentre la maggior parte sono semplicemente un ammasso confuso di concetti denaturati tra la sociologia borghese, un'economia politica molto rudimentale ed una filosofia “materialista” poco coerente.
Doverosa una contestualizzazione
Da qualche anno, tanti militanti della sinistra hanno adottato l’ideale della decrescita come nuovo obiettivo politico per le società "avanzate". Altri militanti, tra i quali qualche comunista, riprendono soltanto alcuni argomenti o frammenti della teoria della decrescita per integrarli a teorie già consolidate, tentando di rispondere in primo luogo al problema del degrado ambientale. Per quel che mi riguarda, non sono per nulla impressionato da chissà quale grande novità portata avanti dai sostenitori della teoria della decrescita.
Viviamo in un contesto estremamente difficile da oggettivare, ma è indubbio che la fase negativa, di reazione, è sempre più percepibile. La crisi profonda che tocca ormai anche i paesi a capitalismo avanzato, sia a livello economico che sociale, ambientale e culturale, è sempre più evidente agli occhi di tutti. A volte mascherata e altre volte amplificata dai media, la crisi porta ogni giorno più persone a cercare delle risposte ai grandi problemi del nostro tempo, al di fuori dei dogmi voluti dal pensiero unico, imposto dai grandi monopoli. Le risposte sono però frammentarie e imprecise, non esiste un movimento “nuovo” che sappia oggi descrivere ed interpretare esaustivamente la nostra epoca.
Quale comunista, sono assolutamente convinto che gli strumenti del marxismo-leninismo, supportati da tutte le tecniche di ricerca scientifiche e adeguati alle nuove dimensioni sociali che si sono create con lo sviluppo delle forze produttive, sono ancora oggi di gran lunga i più validi per capire il nostro mondo. Purtroppo però, lo studio del marxismo e ancora di più lo studio del leninismo e della storia del movimento comunista, stanno cadendo in disuso, anche tra molti che rivendicano l'etichetta comunista.
A sinistra sono nati tutta una serie di movimenti, che hanno preso le distanze dal movimento operaio e non riconoscono più il conflitto capitale-lavoro come la contraddizione primaria e irriducibile della società capitalista. Tra queste si è fatto strada il concetto di decrescita. La società consumistica decadente, che invade le nostre vite di pubblicità, cemento, prodotti inutili, ecc. porta molte persone ad avvicinarsi alle teorie della decrescita. Queste teorie molto superficiali, fondamentalmente si oppongono all’idea che le società occidentali abbiano ancora bisogno di crescere in termini economici e che sia necessario cambiare radicalmente il modo di consumare e di vivere.
Meno PIL per tutti! - questione economica
La prima contraddizione che si constata nella teoria della decrescita è la maniera in cui si oppongono concetti che non sono comparabili. La teoria della decrescita parte dall'idea che la crescita economica (aumento del PIL) sta distruggendo le società occidentali. Prima di tutto vorrei sottolineare come la distruzione si sia accelerata dal momento che c'è stata una "decrescita" del PIL. Nel 2009, quando in Svizzera e nella maggior parte dei paesi a capitalismo avanzato, si è toccato il picco più forte della crisi (per ora), migliaia e milioni di posti di lavoro sono andati persi, sono stati fatti tagli un po' dappertutto alle prestazioni sociali, alleggerimenti fiscali per la borghesia, aumento delle tasse indirette, ossia un impoverimento generale della popolazione e in particolare dei ceti popolari. Oso sperare che nessun sostenitore della decrescita possa approvare effetti di questo tipo. Credere che dal momento che il PIL diminuisce le cose vadano "meglio" è pura fantasia. Con i profitti che i capitalisti hanno fatto intensificando lo sfruttamento dei lavoratori, ora potranno rilanciare la crescita ancora più di prima, vedi il tasso di crescita della Germania nel 2010, che supera il 3.7%, cifre mai viste da quasi 20 anni.
Il PIL è uno strumento economico che può anche essere utile per capire come si sviluppa il commercio o la produzione in un paese e il fatto che cresca o no, non è per forza indizio di benessere per tutti.
A questo punto del ragionamento, in genere, i difensori della decrescita spesso affermano che non si tratta di una decrescita del PIL, ma una decrescita dei consumi. Ora, c'è un sacco di gente su questa terra, anche in Europa, i cui bisogni attuali non hanno risposta e quindi i loro consumi hanno bisogno di essere aumentati, questo è un punto su cui noi comunisti dobbiamo assolutamente essere coscienti e intransigenti.
Inoltre, i difensori della decrescita invalidano loro stessi il loro argomento, affermando che non si tratta di vedere cosa fa il PIL, mai di diminuire i consumi. Il problema è che se i consumi scendono anche il PIL scenderà. Ora non si tratta di diminuire i consumi, ma di cambiarli qualitativamente. Da comunisti, quando qualcuno ci propone una cosa del genere dovremmo dirgli : “ma tu hai mai sentito parlare di Karl Marx, un tedesco che ha scritto delle cose interessanti sull'economia? magari ci trovi qualche appiglio per la tua teoria”.
Tra le altre cose si potrebbe imparare che, in una società capitalista, quando i consumi diminuiscono, mentre la produzione cresce (perché nelle economia capitalista nessuno può dire al padrone di smettere a produrre, se non uno sciopero degli operai) si arriverà per forza ad una crisi di sovrapproduzione.
Tra estremismo ecologista e riformismo verde – questione politica
A livello politico, lo stato attuale della teoria della decrescita è più uno slogan che un reale strumento destinato all’analisi e alla prassi. I sostenitori della decrescita promettono un mondo incantato, fatto di pace e armonia, senza però tenere da conto che per arrivarci bisogna scontrarsi con il gran capitale. Avanzare proposte radicali, senza però tenere da conto le condizioni oggettive nelle quali certe rivendicazioni vengono avanzate, è quello che i comunisti definiscono estremismo. I comunisti ritengono che una soluzione radicale ai problemi ambientali, non possa essere sostenuta senza essere coscienti che il primo ostacolo da superare è il sistema capitalista.
Solo con il superamento del sistema di produzione ed accumulazione capitalista si potranno risolvere i problemi ecologici.
La risoluzione di un problema creato dal sistema di produzione, sostenuto dal sistema politico e ormai penetrato nel sistema culturale, lo si può combattere seriamente solamente rimettendo in discussione tutta la struttura della società capitalista, organizzando le classi subalterne, antagoniste alla borghesia monopolista, di modo a poter affrontare lo strapotere del gran capitale con i mezzi necessari per vincere la battaglia. Detto altrimenti : la dittatura del proletariato è sicuramente più sensibile ed efficace nella risoluzione dei problemi ecologici che non la dittatura dei padroni.
Vista l'impossibilità per i decrescisti di attuare il loro immaginario, quasi sempre retrocedono a rivendicazioni di stampo assolutamente riformista. Senza cercare d'incidere realmente su ciò che causa il maggior impatto ambientale : la produzione industriale e il trasporto di merci e di persone. Ad ogni modo è assolutamente fattibile sostenere proposte riformatrici in ambito ecologico, e per farlo non è assolutamente necessario sbandierare un nuovo concetto che non ci serve. Al contrario, mi pare molto più semplice rivendicare dei piani industriali che tengano conto del impatto ambientale oppure la gratuità e il potenziamento del trasporto pubblico collettivo.
Blaterare di quanto sarebbe bello... o agire – questione organizzativa
Il movimento della decrescita è quasi impercettibile, l'influenza di questo movimento è sicuramente tendenziale a zero. Se questo non invalida per forza il nucleo della teoria, mostra già i grossi limiti nel trovare sbocchi concreti per sviluppare delle lotte che favoriscano la presa di coscienza. Su questo piano organizzativo la decrescita è ferma allo spontaneismo ed al volontarismo, e non considerando minimamente la questione di classe, ne le dimensioni politiche del problema.
In effetti nonostante il sincero impegno della maggior parte delle persone impegnate nella decrescita, come comunisti dobbiamo saper analizzare con maggior profondità. Come si fa a cambiare modello di vita ad un paese intero, senza trasformare le basi materiali del sistema economico-politico-sociale?
I comunisti sono materialisti, ciò significa che non si basano su delle percezioni ideali del mondo, ma considerano le osservazioni scientifiche della materia come base di partenza. Ora, più concretamente, come può un lavoratore dipendente, quindi con pochi margini di manovra finanziari e di tempo, senza diritti democratici sul luogo di lavoro, seguire le utopie della decrescita e cambiare stile di vita? Senza liberare la maggioranza della popolazione, che subisce l'oppressione del lavoro salariato, passando quindi per il cambiamento di tutta la società nel suo insieme, per arrivare ad un sistema economico pianificato, non si potrà pretendere risolvere i problemi della società borghese decadente, tanto meno quelli ecologici.
Per i proletari, ossia la maggioranza della popolazione attiva in Svizzera, non è possibile scegliere di cambiare completamente vita. Le incertezze e le insicurezze date dalla non possessione di capitale, dalla dipendenza dal posto di lavoro, rendono molto limitate le possibilità di scelta dei lavoratori e delle lavoratrici.
L'attitudine che i comunisti devono avere verso la teoria della decrescita è una critica costruttiva, diffondendo le conoscenze del movimento comunista sui sistemi di produzione.